Esplorazioni

Vento e neve, neve e vento

In Alto

di Paolo Lioy

In viaggio in alto, e poi? “Ma qui si è muti con tutto il mondo. Si è soli, soli!

Penso non esista altro libro come questo. Paolo Lioy, ti prende per mano, e ti conduce “In Alto” passando per prati e boschi, paesi e rifugi, torrenti e laghi, neve e ghiacciai. E camminando incontri fiori, piante e alberi, insetti, uccelli, marmotte e camosci, uomini e donne, alpinisti e guide.

“Che altezze sono poi queste del Cervino, del Rosa, del Pelmo, dell’Antelao, del Cervino, del Gran Paradiso, del Monte Bianco?”

“Attenti quando il cielo diventa plumbeo quando il freddo si fa più intenso , quando si scatenano i venti…. All’erta, all’erta! È la tormenta che giunge! Chi non vi si è trovato, non può immaginare cosa sia. Impossibile formarsene idea senza averla vista. Non somiglia a nessun’altra bufera. Spariscono sentieri, spariscono le montagne, il cielo, la terra. Tutto non è più che neve, tutto non è più che vento, vento e neve, neve e vento.

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“Indimenticabili notti trascorse tra la bufera in questi alti rifugi a più di tremila metri! Appena giunti si levano i panni molli agghiacciati, si accende la vampa, si tenta riscaldarsi. Ma il tetto trema, tentennano le imposte. Si prova l’impressione di chi giace nella cabina d’un bastimento battuto dalla tempesta. Intorno a quello, il mare torbido; intorno a questo, il cielo sossopra.”

La scalata dei Sella e di Maquignaz al Dente del Gigante:
Nell’aspro sentiero appena la punta del piede trovava sostegno su straticelli, su infossature strettissime. Uno alla volta, attaccati, ghermiti al capo della fune che Jean Joseph avea sospesa più su, scrostando col piccone il sasso, salivano come mosche sul vetro, in luoghi ove per reggersi occorreva piantare arpioni di ferro e restare penzolanti sui baratri.

Sgusciarono via, per uno di quegli indiavolati camini che Maquignaz, sobrio sempre d’epiteti, chiamò il malo passo. E su su, su per due chiodi, e per una doppia corda munita di rari nodi, a forza di ugne, di braccia, di gomiti, di ginocchi, di piedi, su come funamboli, a quattromila metri d’altezza, coi polmoni ansanti, la respirazione affannosa, nell’aere gelato e rarefatto, per altre strette spianate, per altri spigoli sempre più erti. Era sovr’essi che da Courmayeur miravansi le loro forme sospese nell’aria.

L’ultimo giro più pericoloso dopo una lieve cresta li condusse alla cima. Non vi erano arrivati fino allora altri che le folgori; ne apparivano le orme vitree sugli sconnessi frammenti di protogeno.

Il giudizio di Enrico Nencioni:
«Dei libri del Lioy – confessava – è difficile dare un’idea: la loro stessa originalità imbarazza la critica; sono forme dell’arte che non danno presa, e sfuggono ad ogni analisi. Sono scienza? Sono arte? Sono fantasia, pittura, umorismo, poesia? Vi è di tutto questo, ma vi sono anche altre cose, l’erudizione, per esempio. Ma dunque sono una babele, sono un genere ibrido? No, sono opera organica, armonica, omogenea, originale, bella e indimenticabile… Lo stile è franco, disinvolto, efficace, non ha esitazioni nella scelta dell’espressione, ha il tratto sicuro, deciso, e nell’esporre i contrasti e le armonie fra la natura e l’uomo, vi domina una sensibilità malinconica, informata al più fine, arguto e mordente umorismo…»

Immagine: The Grossglockner – Edward Theodore Compton (1849 – 1921)

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