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E le donne con gli scarpòz …

Memorie della Carnia

di Angelo Arboit

Lo scarpòz è una pappuccia fatta coi ritagli di panno vecchio, per lo più nero e forte, la cui suola pure di panno, vien cucita e ricucita, e addoppiata e trapunta in modo, che possa a lungo resistere senza logorarsi. Ogni donna carnica deve sapersi fare i suoi scarpòz; e qualcheduna ne lavora di elegantissimi.


Avvezzo a farti parte delle mie impressioni, parrebbemi dimezzato il piacere d’una mia gita in Carnia, se non lo dividessi con te.
Datti quindi la pazienza di leggerne la lunga e particolareggiata descrizione nelle pagine che ti presento come pegno della nostra amicizia.
Tu sai qual pensiero mi movesse a visitar la Carnia.
Quell’alpestre regione ultimo lembo italico della Provincia friulana, è poco nota fra noi, e i geografi ci fanno grazia, nominando appena le sue Alpi.
Ho dovuto riparare in qualche modo i torti altrui, prendendola a tema di questo mio volumetto.
Se ci sia riuscito, o meno, spetta a te giudicare.

Il viaggio di Arboit nella Carnia si svolge dal 15 agosto 1870 a metà di settembre dello stesso anno; a piedi, su carri, asini e cavalli.
E’ un libretto piacevole, leggero ma profondo, attento agli incontri, alle persone e ai diversi costumi. Il prof. Arboit, del resto, era un colto etnologo, ma anche un amante delle “colazioni”, che ripeteva in quasi ogni osteria che incontrava.

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Intanto che mi si preparava la cena, s’udì un suonar di corni e un chiasso festoso che ridestava gli assonnati abitatori di quel paesello. Che era mai? Giungevano in quel punto alcuni cacciatori che pei vicini boschi avevano uccisi due grossi camosci, e in pochi istanti l’osteria e il sottoportico e il cortile furono invasi da molti curiosi.

A Vinajo, se togli la bellezza delle donne, non c’è proprio nulla d’interessante. Onde corso in tre minuti il villaggio, mi recai all’osteria, alquanto disilluso e molto affamato.
— Che avete di pronto! chiesi all’oste.
— Delle uova, mi rispose.
— E burro fresco?
— Non ce n’ é. (Pare impossibile su que’ monti)
— Sudatemi delle uova.
E me ne ho sorbite quattro uno dopo l’altro. Poi tratto l’album, mi diedi a colorire un costume di donna copiato il giorno avanti.

Per chi conosce la Carnia, penso sia un piacere leggere di questo viaggio di oramai 150 anni fa. Magari gli potrebbe venir voglia di ripercorrerlo.
Per chi non la conosce, potrebbe utilizzare il libro come una guida, per cercare i resti di un mondo che ancora si intravvedono in una splendida e poco conosciuta regione del nostro paese.

E poi, magari gli potrebbe capitare di incontrare Marianna:

A metà strada ne vidi una ch’era un incanto, Marianna. I suoi occhi sotto alla pezuola splendevano, scintillavano. Le sue guancie di sedici anni, bianchissime, o soffuse qualche istante da un leggero incarnato che le facea trasparenti. La statura avea snella e giusta. Era scalza, ma pulita, e vestita con qualche eleganza. Era uscita in sul prato davanti la sua casa per sorvegliare i falciatori del fieno.
— Che fai tu qui? le domandai.
— Son venuta a vedere che cosa fanno queste opere, mi rispose; e Lei dove va, se è lecito?
— Vo girando pel mondo, replicai.
— Allora ha sbagliato strada, soggiunse.
— Perchè?
— Perchè qui siamo fuori del mondo. Eppoi non c’è nulla di bello da vedere da queste parti.
— Se non ci fossi che tu, ci sarebbe pure abbastanza di bello, mormorai, seguendo il corso d’un’idea estetica.

Immagine: Giuseppe Barazzuti (Gemona 1890-1940), Pomeriggio festivo – 1922 – Dipinto a Sauris di Sopra, all’osteria “Al Bivera”

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