Narrativa,  Risorgimento

Romanzo sociale nelle Calabrie dell’800

L’ IPOCRITA

OSSIA I MISTERI DI CALABRIA NELLA ULTIMA DOMINAZIONE BORBONICA

di Nicola Palermo da Grotteria

Nato a Grotteria il 21 dicembre 1826, condannato il 16 maggio 1851 alla pena di morte per cospirazione, la pena gli fu in seguito commutata al carcere duro. Il 27 dicembre del 1858 la pena dell’ergastolo venne a sua volta commutata in esilio perpetuo dal Regno di Napoli. Nel 1859 fu avviato alla deportazione negli Stati Uniti ma il figlio di Luigi Settembrini, Raffaele, riuscì a far dirottare la nave in Irlanda a Queenstown (oggi Cobh) e poi in Inghilterra, liberando così Settembrini e altri 67 condannati (tra cui Poerio, Pironti, Sigismondo Castromediano, Silvio Spaventa, Emilio Maffei, Nicola Schiavoni, Nicola Palermo e Salvatore Faucitano). In Inghilterra conobbe Cavour.

Rientrato in Italia, si stabilì a Firenze fino al crollo del regno borbonico nel 1860 e poté tornare a Grotteria dove, minato nel fisico e nello spirito dai molti patimenti subiti nelle galere borboniche, morì il 10 marzo 1876, poco prima di compiere i cinquant’anni.

Nicola Palermo scrive nella prefazione: “Da quel momento adunque non vissi che pel mio lavoro… il ferro della catena mi pareva meno pesante; gli stessi tormenti della Galera ancor più miti; insomma cominciò la vita interna, la vita della meditazione. E così, quando le porte delle nostre celle, ed i ferrei cancelli venivano serrati, e ciascuno si stava a fatti suoi, allora tutto mi abbandonava alla composizione del mio libro, che, se avrà la fortuna d’incontrare buon viso nel benevolo lettore e nella gentile leggitrice, e recare nello stesso tempo qualche utile al mio paese, mentre dal mio canto avrei raggiunto lo scopo (…)”

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Il suo romanzo “L’Ipocrita, ossia i Misteri della Calabria nell’ultima dominazione borbonica”, è diviso in tre parti le cui due prime furono scritte in età giovanile in carcere nel 1857 e l’ultima più tardi.

La scrittura è datata, ma piacevole specialmente nei dialoghi; l’obiettivo dello scrittore (peraltro da lui stesso dichiarato nella bella prefazione), è quello di far conoscere le tristi condizioni della sua regione vessata da governo, preti e grandi proprietari. Intento illuministico di un patriota risorgimentale borghese. L’amore, inteso come idillio, turbamento, matrimonio, ha però larga parte nelle sue pagine ed è mezzo di redenzione, ma anche di oppressione.

Il romanzo (pubblicato a Messina nel 1867), è ambientato nel 1837, in un momento di dura lotta anti-borbonica ed il protagonista, Teodoro (la vicenda è autobiografica), sfugge all’arresto a Napoli riparandosi nel suo paese natio.

Il rapporto con il “feuilleton” è evidente fin dal titolo del romanzo, dal taglio didascalico della narrazione ma anche dall’intento di mantenere vivo l’interesse del lettore con il quale dialoga costantemente.

Nel presentarci il romanzo, Nicola Palermo così descrive le tre parti in cui è diviso:

  • Nella prima il lettore farà piena conoscenza coi protagonisti del romanzo, e conoscerà l’indole e la natura di ciascuno:
  • Nella seconda li vedrà percorrere dritto la sua via, che per riottoli mena alla Gran Piazza — Mondo: E qui il romanzo dispiega tutta la sua energia e tessitura.
  • Nella terza farà di corollario lo sviluppo dei fatti intrinseci, ed il guiderdone, che a ciascuno spetta della professata virtù, o vizio.

Vi presentiamo per ora la prima parte.

Immagine: Enotrio Pugliese (1920-1989) Paesaggio calabrese

Intorno alla vita di Nicola Palermo da Grotteria

di Nicodemo Palermo

Fu in tal guisa che in compagnia del Poerio, del Pironti, dei Pica ed altri egregi, cui egli era legato per vincoli strettissimi di affetto, e che di pari amore il ricambiavano, trasse il Palermo i più begli anni di sua vita, rinvigorendo l’animo suo fortissimo nel loro esempio e ingentilendo lo spirito e arricchendo la mente nel dotto loro conversare. (…) e quivi ancora ideava, ed in parte attuava, servendosi di assai curiosi mezzi, quel suo Romanzo sociale L’Ipocrita, ossia i Misteri delle Calabrie, che poi, corretto e finito, con tanto plauso dell’universale mandava alle stampe nel 1868 in Messina.

Ed è in vero da stupire quando si pensi al modo onde egli componesse il suo libro in luogo dove nè carta, nè penne, nè calamaio veniva permesso alla eletta gente che vi era rinchiusa, e che dovea mille modi inventare per supplire a tanta mancanza, e per rinvenire un posticino dove celare quei sudici e gualciti fogli.

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