Racconti

Si danno curiose combinazioni nel mondo …

Dalla spuma del mare

di Salvatore Farina

Vediamo: non siete già di quelli che negano il caso?

No? bravissimi; il caso ci è, e bisogna fargli di cappello. Ma che cosa è il caso? È il disordine o l’ordine? Voi dite il disordine, perchè lo confondete coll’inaspettato e lo riferite alle facoltà limitate dell’uomo; io dico l’ordine, perchè ci ho pensato su, e lo piglio in sé stesso, e lo riferisco ad una serie di fatti di cui non mi rendo ragione, e lo ammiro nella sua stupenda simmetria.

Il lungo racconto “Dalla spuma del mare” che abbiamo digitalizzato da un’edizione del 1876, (pochissimo conosciuto e le cui ultime edizioni, se non sbagliamo, sono del 1901), è allo stesso tempo uno scritto bohémien (o se vogliamo scapigliato) e quindi antiborghese, pirandelliano (prima di Pirandello), e con un finale alla Edmondo De Amicis.

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Salvatore Farina (1846 – 1918) è stato uno scrittore e giornalista italiano. Narratore ottocentesco di fama internazionale, amico di Giovanni Verga e Luigi Capuana, di Edmondo De Amicis, di Iginio Ugo Tarchetti, Paolo Mantegazza e di Angelo De Gubernatis così come di tanti autori, storici, editori e musicisti suoi contemporanei.

Autore oggi praticamente sconosciuto, fu uno scrittore che godette di larghissima popolarità e che contribuì al periodo della “scapigliatura”.

Fu anche definito il Dickens italiano, ma in realtà non si dedica alla descrizione dell’ambiente e tanto meno dell’ambiente sociale, e lo fa scientemente perché l’uomo ne rimanga protagonista. L’ambiente viene offerto al lettore a frammenti, e a tocchi estremamente rapidi, come metodo di scrittura. 

Farina stesso scriveva: “(…) per significare ai signori e alle signore, una cosina da nulla, cioè l’essere l’uomo quasi sempre un po’ meglio e un po’ peggio di quel che appare o vuol sembrare. Perciò l’umanità deve ricercare se stessa. Se l’uomo si interroga bene, troverà quel po’ d’oro nascosto che ogni altro simile gli cela; e anche meglio lo cela quando lo mette in mostra. (…) (ai romanzi sociali ho creduto poco, nonostante l’unico esempio della Capanna dello Zio Tom, la quale fin d’allora aveva abolito la schiavitù… che dura ancora), ma semplicemente un romanzo umano. Nel mio pensiero d’allora, durato fino ad oggi, il romanzo ha una missione più alta di ogni ambiente; questa missione è l’educazione del cuore. I romanzi sociali mi parvero sempre condannati a morte, se appena la società muti le regole sue; invece il romanzo umano è eterno; a un patto (un’altra cosina da nulla) che sia fatto con l’arte, e l’arte sia impastata di vero e di sincerità ingenua.»

Immagine: Alexandre Cabanel, La Nascita di Venere, 1863 – Parigi, Musée d’Orsay

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