La terra è un palcoscenico

Presentiamo un articolo a firma di Joseph Conrad, apparso in National Geographic nel marzo del 1924.

Geography and Some Explorers, tradotto per conto di www.ottoventi.eu da Anna R. con il titolo di Sulla geografia e alcuni esploratori, ci ha affascinato per la complessità del contenuto e per il legame dello scritto con i romanzi. L’articolo, da leggere tutto d’un fiato ma poi da rileggere frase per frase, è di per se stesso un romanzo, anzi Il Romanzo di Joseph Conrad navigatore, esploratore, ma prima ancora, bambino sognatore.

Ancor più in questo periodo (siamo in piena era Covid-19), il viaggio e l’esplorazione attraverso i libri, sono particolarmente affascinanti anche perchè si svolgono in quattro dimensioni. Le tre dimensioni della geometria e della geografia e la quarta dimensione che è il tempo.

I viaggi che facciamo con i libri pubblicati da www.ottoventi.eu sono viaggi nel tempo e nello spazio, e sono viaggi nei luoghi e nelle società di quel tempo e spesso diventano viaggi interiori nel profondo dell’uomo di allora, come d’ora.

Apriamo quindi la carta geografica, anche quella digitale, e scorriamo con il dito le vie, i fiumi, i mari e le montagne, mentre leggiamo. Così fece Joseph Conrad da bambino e così continuiamo a fare noi che amiamo viaggiare con i libri e la fantasia.

Vi offriamo questo testo da noi tradotto grazie ad Anna R.; l’articolo appare poco noto in Italia e forse tradotto completamente solo una volta; presentiamo il testo in italiano qui di seguito, ed in italiano ed in inglese nei formati ePub e Mobi.

Ricordiamo che Joseph Conrad, scrittore inglese di origine polacca, nasce nel 1856 a Berdicev, oggi in Ucraina. Si arruola nella Marina Mercantile francese e in seguito in quella inglese, fino a raggiungere il ruolo di capitano. Il successo del suo primo romanzo, La follia di Almayer (1895), lo spinge a lasciare la marina per dedicarsi alla letteratura. Muore in Inghilterra nel 1924. 

Joseph Conrad (in primo piano) a bordo della nave Ready nel 1916. Al suo ritorno dal viaggio scrisse The Shadow-Line. (Image credit: Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale University)

Geography and Some Explorers

di Joseph Conrad

  • Conrad, Joseph. “Geography and Some Explorers.” National Geographic, March 1924
  • Traduzione a cura di www.ottoventi.eu – Traduttrice: Anna R.

Sulla geografia e alcuni esploratori

Si può affermare con sicurezza che per la maggior parte dell’umanità la superiorità della geografia sulla geometria risiede nell’attrazione esercitata dalle sue personalità. Ciò può essere un effetto della incorreggibile frivolezza inerente alla natura umana, ma molti di noi concorderanno sul fatto che è più affascinante guardare una carta geografica che non una figura  in un trattato sulla sezione conica – in ogni caso per le menti semplici di cui è dotata la maggior parte degli abitanti di questa terra.

Non c’è alcun dubbio che un rilevamento trigonometrico possa essere un’attività romantica solcando deserti e superando valli mai solcati dall’uomo civilizzato; ma i suoi accurati procedimenti non possono avere per noi il fascino dei primi passi rischiosi di un esploratore avventuroso, spesso solitario, che annota alla luce del fuoco del suo accampamento i pensieri, le impressioni e la fatica della sua giornata.

Per molto tempo ancora poche suggestive parole che si aggrappano alle cose viste avranno la meglio su una vasta gamma di figure precise, senza dubbio interessanti e persino utili. La terra è un palcoscenico e sebbene possa essere un vantaggio, anche per la giusta comprensione dello spettacolo, conoscere la sua esatta conformazione, è sempre il dramma dello sforzo umano che sarà il punto importante, dominato da una passione che spinge ad un’azione verso l’esterno che avanza forse ciecamente verso il successo o il fallimento, i quali sono essi stessi inizialmente spesso indistinguibili l’uno dall’altro.

Tra tutte le scienze la geografia prende origine dall’azione, e, ancora di più, dall’azione avventurosa del tipo che attrae le persone sedentarie, che amano sognare avventure ardue alla maniera dei prigionieri che sognano dietro le sbarre tutte le privazioni e i pericoli della libertà, cara al cuore dell’uomo.

La geografia descrittiva, come ogni altro tipo di scienza, è stata costruita sull’esperienza di certi fenomeni e su esperimenti sollecitati dall’insaziabile curiosità di uomini elevati dalla loro intelligenza ad una passione assolutamente rispettabile per l’acquisizione di conoscenze. Come altre scienze, essa si è fatta strada fino alla verità attraverso una lunga serie di errori. Essa ha sofferto dell’amore per il meraviglioso, della nostra credulità, delle ipotesi avventate e insostenibili, del gioco di una fantasia sbrigliata.

La geografia ha avuto la sua fase di speculazione stravagante determinata dalle circostanze, che non ha niente a che fare con la ricerca della verità, ma ha dato una curiosa idea della mentalità medievale giocando nel suo modo al tempo stesso serio ed infantile con i problemi della forma della terra, la sua dimensione, il suo carattere, i suoi prodotti, i suoi abitanti …

Tutto questo avrebbe potuto essere divertente se la serietà medievale nella sua assurdità non fosse stata in sè una cosa faticosa. Ma che importa? La chimica moderna, una scienza chiave, non passa forse attraverso la fase fallace dell’alchimia (un portentoso sviluppo dell’inganno) e non abbiamo forse raggiunto la conoscenza del cielo stellato attraverso l’idealismo superstizioso dell’astrologia che cercava il destino dell’uomo nelle profondità dell’infinito! Pura megalomania su una scala smisurata. Inganno per inganno, io preferisco quell’ordine scientifico che non s’impegna al massimo allo scopo di prosperare sulle paure e le cupidigie umane.

Da questo punto di vista la geografia è la scienza più irreprensibile. Nella sua fase mitica non ha mai mirato a defraudare ingenui mortali (che sono una moltitudine) della loro pace mentale o del loro denaro. Per lo più essa ha attirato alcuni di loro fuori dalle loro case – forse verso la morte – di tanto in tanto verso una piccola gloria contestata, non di rado verso gli insulti, mai verso alte fortune. Il più grande di loro, che ha presentato la geografia moderna con un mondo nuovo da lavorarci sopra, fu conteporaneamente incatenato e gettato in prigione.   

Colombo rimane una figura patetica, non un martire per la causa della geografia, ma una vittima delle imperfezioni di cuori umani invidiosi che accetta il suo destino con rassegnazione. Tra gli esploratori le sue difficoltà lo elevano e gli conferiscono regalità. Il suo contributo alla conoscenza della terra è stato certamente regale.

E se la scoperta dell’America fu l’occasione per la più grande esplosione di dissennata crudeltà e di avidità della storia, possiamo dire, per lo meno, che l’oro del Messico e del Perù, a differenza dell’oro degli alchimisti, era veramente lì – palpabile, ancora come sempre la più sfuggente Fata Morgana che attira con lusinghe gli uomini fuori dalle loro case – cosa di cui un momento di riflessione convincerà chiunque; perchè niente è più certo del fatto che non ci sarà mai abbastanza denaro da bastare per tutti, come i Conquistadores scoprirono con l’esperienza.

Suppongo che non sia molto generoso da parte mia, ma devo dire che oggi provo un piacere malizioso nelle molte delusioni di quegli ostinati ricercatori dell’Eldorado che scalarono montagne, si fecero strada attraverso foreste, attraversarono fiumi a nuoto, annasparono in paludi senza dare un singolo pensiero alla scienza della geografia.

Non per loro le gioie serene della ricerca scientifica, ma fatica infinita tra fame, sete, malattia, lotta; con teste rotte, liti sconvenienti e tasche vuote alla fine. Non posso fare a meno di pensare che gli sta bene. È una brutta storia che non ha molto a che fare con la geografia

La scoperta del Nuovo Mondo segna la fine della geografia mitica e si deve ammettere che la storia della conquista contiene almeno un grande momento –  intendo un grande momento dal punto di vista geografico – quando Vasco Nùñez de Balboa, mentre attraversava l’istmo di Panama, posò i suoi occhi per la prima volta  sull’oceano la cui immensità non sospettava e che nel suo entusiasmo chiamò Pacifico. È tutto tranne quello; ma il Conquistador privilegiato non può essere biasimato per essersi arreso alla sua prima impressione.

Il golfo di Panama, che è ciò che lui effettivamente vide al primo sguardo, è uno dei posti più tranquilli sulle acque del globo. Troppo tranquillo. I vecchi navigatori ne ebbero paura ritenendola una zona pericolosa, dove si può essere sorpresi e restare in bonaccia per settimane, con il proprio equipaggio che muore lentamente di sete, sotto un cielo senza nuvole. Il peggiore destino, questo, sentirsi morire in una lunga ed impotente agonia. Quanto più preferibile una zona di tempeste, dove uomo e nave possano almeno difendersi e reggere la sfida quasi fino all’ultimo …   

— Balboa potrebbe forse non aver saputo che quel grande momento della sua vita ha aggiunto improvvisamente migliaia di miglia alla circonferenza del globo, ha aperto un teatro immenso al dramma umano dell’avventura e dell’esplorazione, un campo per fatiche missionarie, e dispiegò una tela enorme sulla quale alcuni geografi poterono dipingere le più fantasiose varianti della loro teoria preferita su un grande continente meridionale. 

Non litigherò con i cartografi postcolombiani per le loro invenzioni sfrenate, ma nel complesso interessanti. La provocazione a lasciarsi andare era notevole. 

La geografia militante, che è succeduta alla geografia mitica, non sembrò in grado di accettare l’idea che sul globo ci fosse molta più acqua che terra. Niente poteva soddisfare il loro senso di congruenza delle cose tranne una distesa enorme di solida terra, che essi collocavano in quella regione meridionale dove, in effetti, i grandi mari spumeggianti a latitudini tempestose saranno liberi di inseguirsi l’un l’altro intorno al mondo fino alla fine del tempo …

Quello che trovo sorprendente è che i marinai del tempo avrebbero veramente creduto, a motivo di buone esperienze o altrimenti di solide conoscenze scientifiche, che i grandi continenti a nord dell’Equatore esigessero, di essere equilibrati da corrispondenti masse di terra nell’emisfero meridionale. Erano anime semplici. Il coro di persone che cantavano tutte la stessa canzone li rese ciechi di fronte agli evidenti segnali di un grande mare aperto. Ogni pezzetto di costa scoperto, ogni cima di montagna intravvista in lontananza, doveva essere puntualmente condotta a forza nello schema della Terra Australis Incognita.  

Persino Tasman, il migliore di tutti i marinai prima di James Cook, il più esperto degli esploratori e navigatori del diciassettesimo secolo che avanzarono per fissare la geografia del Pacifico – persino Tasman, dopo essersi imbattuto inaspettatamente nell’Isola del Nord della Nuova Zelanda, ed esservici trattenuto abbastanza a lungo da tracciare grosso modo un pezzo della costa e da perdere un equipaggio in uno scontro improvviso con i Maori, sembrò dare per scontato che quello fosse il limite occidentale di un continente enorme che si estendeva verso la punta del Sudamerica …

Il diario di Tasman, che è stato pubblicato non molto tempo fa, ci dà una qualche idea delle loro sconcertanti difficoltà. I primi navigatori non avevano gli strumenti per verificare la loro esatta posizione sul globo. Sapevano calcolare la loro latitudine, ma il problema della longitudine era una questione che li disorientava e spesso falsava le loro conclusioni. Era tutta una questione di pura congettura.   

Tasman ed i suoi ufficiali, quando s’incontrarono a bordo dello Heemskirk, all’ancora nella Murderer’s Bay, per valutare la loro rotta ulteriore alla luce delle loro istruzioni, non sapevano dove fosse nessuno dei luoghi problematici nominati nelle loro istruzioni; e non sapevano neanche dove si trovassero essi stessi.

Tasman avrebbe potuto navigare verso nord o verso est, ma alla fine decise di navigare tra le due direzioni e, girando in tondo, ritornò a Batavia, fu accolto con freddezza dai suoi datori di lavoro, dall’onorevole governatore generale e dal consiglio di Batavia. Il loro giudizio finale fu che Abel Tasman era un navigatore esperto, ma che si era mostrato «negligente» nelle sue ricerche, e che si era reso colpevole di aver lasciato irrisolti certi problemi.

Si racconta che Tasman non si aspettasse questa critica; e, per la verità, ancora oggi sembra soprendente per una mente senza pregiudizi. Era il viaggio durante il quale, tra l’altro, Tasman scoprì l’isola tramite la quale il suo nome vive sulle carte geografiche, prese il primo contatto con la Nuova Zelanda (che nessuno più accostò per i successivi 130 anni), navigò per migliaia di miglia su mari inesplorati, riportando indietro con sè un diario che fu di grande valore in seguito per coloro che esplorarono dopo di lui.

Forse egli fu ferito dal verdetto dell’onorevole consiglio, ma non sembra che ne sia rimasto abbattuto, perchè pare che poco tempo dopo abbia chiesto un aumento di stipendio, e ciò che è ancora più significativo è che l’ottenne. Evidentemente egli era un impiegato di valore, ma mi dispiace dire che dal punto di vista umano il suo carattere non era di quelli che inducessero governatori e consigli a trattarlo con particolare considerazione.

Negligente o no, Tasman, nel corso dei suoi viaggi aveva mappato 8.000 miglia di un’isola che con consenso generale oggi è definita un continente, in verità un continente geologicamente vecchissimo, ma che oggi è la patria di un giovanissimo Commonwealth, con tutte le possibilità di splendore materiale ed intellettuale ancora nascoste nel suo futuro …

Nessuna ombra di negligenza nè motivazioni dubbiose si posano sulle conquiste del capitano Cook, che, cresciuto nella modesta casa di un bracciante, ne uscì nel mondo per prendere il suo posto alla testa dei grandi capitani della esplorazione marittima e che s’impegnò sul grande problema geografico del Pacifico. Endeavour (sforzo) fu il nome della nave del suo primo viaggio, e fu anche il motto della sua vita professionale. Resolution (decisione) fu il nome della nave che comandò lui stesso nella sua seconda spedizione, e questa fu la qualità determinante della sua anima. Non voglio dire che fosse la più grande perchè egli ebbe tutte le altre qualità virili di un grand’uomo.

I viaggi dei primi esploratori furono stimolati da avidità, dall’idea di una qualche forma di lucro, dal desiderio di commercio o dal desiderio di saccheggio mascherati con parole più o meno eleganti. Ma i tre viaggi di Cook sono privi di ogni macchia di questo tipo. I suoi scopi non avevano bisogno di nessun travestimento. Erano scientifici. Le sue imprese lo dimostrano con la magistrale semplicità di un successo conquistato con tenacia …

Il diciannovesimo secolo fu il secolo dei ricercatori di terraferma. Nel dire questo non dimentico gli esploratori polari i cui scopi erano certamente puri come l’aria di quelle alte latitudini dove non pochi di loro lasciarono la loro vita per il progresso della geografia. Navigatori, scienziati, è difficile parlare di loro senza emozione ed ammirazione.

La figura dominante tra i navigatori della prima metà del diciannovesimo secolo è quella di un altro uomo buono, sir John Franklin, la cui fama riposa non soltanto sull’entità delle scoperte, ma sul prestigio professionale e il suo nobile carattere.

Questo grande navigatore, che non fece mai ritorno a casa, fu al servizio della geografia persino in morte. Gli sforzi costanti, portati avanti per più di dieci anni, di accertare la sua sorte fecero notevolmente avanzare la nostra conoscenza delle regioni polari.

Come rivelato gradualmente al mondo, la loro sorte apparve tanto più tragica in quanto per i primi due anni la spedizione della  Erebus e della Terror sembrò avviata sulla via del successo così importante e desiderato, mentre in verità era la via della morte, la fine del dramma forse più grande recitato dietro il sipario del mistero artico.

Le ultime parole che svelano il mistero della spedizione della Erebus e della Terror furono chiarite e rivelate al mondo da sir Leopold M’Clintock nel suo libro «Il viaggio della Fox nel mare artico».

È un piccolo libro, ma documenta con essenzialità virile la tragica fine di un grande racconto. Capita che io sia nato nell’anno della sua pubblicazione. Perciò posso essere scusato per non essermelo ancora procurato dieci anni dopo. Che mi sia capitato per le mani posso spiegarlo solo per il fatto che la sorte di sir John Franklin era una questione di interesse europeo, e che il libro di sir Leopold M’Clintock fu tradotto in tutte le lingue delle razze bianche.

La mia copia probabilmente era in francese. Ma da allora ho letto il libro molte volte. Ora ho nella mia libreria una copia di un’edizione popolare esattamente uguale a come io ricordo la mia prima. Contiene un commovente facsimile stampato di un elenco sommario delle attività delle navi, il nome di «sir John Franklin comandante della spedizione» scritto in inchiostro, e il patetico inizio sottolineato «Tutto Bene». Fu trovato da sir Leopold M’Clintock sotto un tumulo di pietre ed è datato proprio un anno prima che le due navi dovessero essere abbandonate nella loro mortale trappola di ghiaccio e che cominciasse la lunga e disperata lotta per la vita dei loro equipaggi.

Difficilmente si sarebbe potuto immaginare un libro migliore per dare il respiro della dura storia dell’esplorazione del polo nell’esistenza di un ragazzo la cui conoscenza dei poli terrestri era stata fino ad allora astratta e formale, come le estremità immaginarie dell’asse immaginario intorno al quale la terra gira.  

La grande forza della realtà di quel racconto mi spinse all’esplorazione romantica del mio io interiore; alla scoperta del gusto per la lettura attenta di carte terrestri e marittime; mi rivelò l’esistenza di una mia latente dedizione verso la geografia che interferì con la mia dedizione (se così si può definire) verso i miei altri compiti scolastici.

Sfortunatamente i voti assegnati per quella materia erano quasi altrettanto pochi quanto le ore ad essa assegnate nel curricolo scolastico da persone prive di ogni senso romantico per la realtà, che ignoravano le grandi possibilità di una vita attiva; senza alcun desiderio di lotta, nessuna idea degli ampi spazi del mondo –  professori semplicemente annoiati, in realtà, che non soltanto erano di mezza età, ma mi davano l’impressione di non essere mai stati giovani.

E la loro geografia assomigliava moltissimo a loro, una cosa esangue, con una pelle secca che ricopriva una ripugnante impalcatura di ossa prive di interesse.

Mi vergognerei del mio ardore nel dissotterrare un’ascia che è stata seppellita per quasi cinquant’anni fa se quei tizi non avessero cercato così spesso di farmi lo scalpo negli esami annuali. Ci sono cose che non si dimenticano.

E, inoltre, la geografia che avevo scoperto da me era la geografia degli spazi aperti e dei vasti orizzonti, costruita sul convinto lavoro di uomini all’aperto, la geografia ancora militante, ma già consapevole dell’approssimarsi della fine con la morte dell’ultimo grande esploratore. Il contrasto era radicale.

Così successe che non ricevetti nessun voto per il mio primo ed ultimo saggio sulla geografia artica che scrissi all’età di tredici anni. Penso ancora che per la mia tenera età fosse una performance dotta. Certo sapevo qualcosa della geografia artica, ma quello che mi interessava veramente, suppongo fosse la storia dell’esplorazione artica. La mia conoscenza aveva notevoli lacune, ma io riuscii a comprimere il mio entusiasmo in due pagine, il che era una sorta di merito in sè. Però non ricevetti nessun voto. Per un motivo, non era un tema assegnato. Credo che il solo commento che ne fu fatto al mio precettore privato fu che sembrava che avessi sprecato il mio tempo leggendo libri di viaggi invece di pensare a studiare. 

Ve lo dico, quei tizi hanno sempre cercato di farmi lo scalpo. In un’altra occasione me lo sono salvato con la competenza nel disegnare carte geografiche. Devo essere stato bravo, suppongo; ma tutto ciò che ricordo a proposito è che lo facevo con amore.

Non ho nessun dubbio che l’osservazione delle stelle sia una bella occupazione, perchè ti conduce entro i confini dell’irraggiungibile. Ma l’osservazione delle carte geografiche, dalla quale io fui preso così presto, porta i problemi dei grandi spazi della terra in contatto eccitante e orientativo con una sana curiosità e dà una buona precisione alla propria capacità d’immaginazione.

E le buone carte geografiche del diciannovesimo secolo nutrirono il mio interesse appassionato per la verità dei fatti geografici e il desiderio per una conoscenza precisa che più tardi fu estesa ad altri argomenti.

Perchè era arrivato un cambiamento nello spirito dei cartografi. Dalla metà del diciottesimo secolo il business della cartografia era andato crescendo nella direzione di un’occupazione seria, registrando le conoscenze conquistate con fatica, ma anche, in uno spirito scientifico, testimoniando l’ignoranza geografica del tempo.

E fu l’Africa, il continente dal quale i romani dicevano che veniva sempre qualcosa di interessante, che fu liberata dalle sciocche meraviglie immaginarie dei secoli bui le quali furono sostituite da eccitanti spazi di un foglio bianco. Regioni sconosciute! La mia immaginazione potè rappresentare a sè stessa uomini nobili, avventurosi e devoti che rosicchiavano dai margini, che attaccavano da nord e da sud e da est e da ovest, che conquistavano un pezzetto di verità qui e un pezzetto di verità là, e qualche volta venivano inghiottiti dal mistero che i loro cuori erano così tenacemente tesi a svelare

Qui devo confessare di essere un contemporaneo dei Grandi Laghi Africani. Sì, avrei potuto venire a sapere della loro scoperta in culla, ed era più che giusto che, una volta cresciuto, verso la fine degli anni Sessanta avrei disegnato una cartina per la prima volta e tributato il mio primo omaggio ai loro primi esploratori. Consisté nell’inserire faticosamente con la matita i contorni del Tanganica sul mio amato vecchio atlante che essendo stato pubblicato nel 1852 non sapeva niente, naturalmente, dei Grandi Laghi. Il cuore dell’Africa su quell’atlante era bianco e grande.

Certamente non potrebbe essere stato nient’altro che un impulso romantico a suggerire l’idea di aggiornarlo con tutta la precisione di cui ero capace. Così potei immaginare me stesso seguire le orme precise della scoperta geografica.

E non fu tutto tempo sprecato. Come pratica profetica, non è stato male per me. Molti anni dopo, come secondo ufficiale nella marina mercantile, il mio compito fu correggere ed aggiornare le carte di più di una nave, secondo le notifiche dell’ammiragliato. Naturalmente feci questo lavoro coscienziosamente e con senso di responsabilità; ma non era nella natura delle cose che io mai ritrovassi l’eccitazione di quell’entrata del Tanganica nello spazio vuoto del mio vecchio atlante …

La parte non meno interessante nello studio delle scoperte geografiche risiede nella possibilità di penetrare nel carattere di quel tipo speciale di uomini che dedicarono la miglior parte della loro vita all’esplorazione della terra e del mare.

Nel mondo mentale e dell’immaginazione in cui stavo entrando furono loro i miei primi amici, e non i personaggi di famosi romanzi. Di alcuni di loro mi ero subito formato da me un’immagine indissolubilmente legata a certe parti del mondo. Per esempio, Sudan occidentale, del quale potrei disegnare ancora oggi a memoria i fiumi e i tratti principali, significa per me un episodio nella vita di Mungo Park.

Significa per me la visione di un giovane emaciato, dai capelli biondi, vestito semplicemente con una camicia lacera e pantaloni consunti, che respira affannosamente e giace a terra all’ombra di un enorme albero africano (di specie sconosciuta), mentre da un vicino villaggio di capanne erbose una donna caritatevole di pelle nera si sta avvicinando a lui con una zucca piena di pura acqua fredda – un semplice sorso che, secondo lui stesso, sembra aver prodotto una guarigione miracolosa.

Il Sudan centrale, d’altro canto, per me è rappresentato da un’immagine molto diversa: quella di una persona sicura di sè e dagli occhi penetranti, in un lungo mantello e con un turbante in testa, che cavalca lentamente verso una porta nelle mura di fango di una città africana dalla quale una popolazione entusiasta si sta riversando fuori per guardare la meraviglia – il dottor Barth, il protégé di lord Palmerston finanziato dal British Foreign Office, che si avvicina a Kano, che nessun occhio europeo aveva visto fino ad allora, ma dove quaranta anni più tardi il mio amico sir Hugh Clifford, governatore della Nigeria, vi si recò in pompa magna per inaugurare un collegio!

Devo confessare che lessi questa notizia ed esaminai molte immagini nei giornali illustrati senza particolare entusiasmo. L’istruzione è una gran cosa, ma il dottor Barth la intralcia

Neanche i monumenti lasciati da ogni sorta di costruttori di imperi sopprimeranno in me la memoria di David Livingstone. Le parole Africa Centrale mi portano davanti agli occhi un uomo anziano con un viso vigoroso e gentile e baffi grigi tagliati, dall’andatura stanca, alla testa di pochi seguaci neri, lungo i laghi frangiati da canne verso l’oscura capanna indigena alle sorgenti del Congo in cui morì, aggrappandosi nella sua ora estrema all’insoddisfatto desiderio del suo cuore per le sorgenti del Nilo.

Quella passione nei suoi ultimi giorni lo aveva trasformato da grande esploratore a viaggiatore inquieto che si rifiutò di tornare a casa. Dal suo posto rispettato tra i beati della geografia militante e dalla sua memoria onorata nell’Abbazia di di Westminster, può permettersi di sorridere senza amarezza alla fatale delusione dei suoi giorni da esploratore, una illustre personalità europea e, forse, la più venerata di tutte quelle oggetto del mio primo entusiasmo geografico.

Soltanto una volta quell’entusiasmo mi espose alla derisione dei miei compagni di scuola. Un giorno, mettendo il mio dito su un punto proprio al centro del cuore dell’Africa, allora bianco, dichiarai che un giorno sarei andato lì.

Le prese in giro dei miei compagni erano perfettamente giusticate. Io stesso mi vergognai di essere stato tradito da una pura vanteria. Niente era più lontano dalle mie più sfrenate speranze. Eppure è un fatto che circa diciotto anni dopo un misero piccolo piroscafo a ruota che io comandavo era ormeggiato sulla riva di un fiume africano

Tutto era scuro sotto le stelle. Ogni altro uomo bianco a bordo stava dormendo. Ero contento di essere solo sul ponte, fumando la pipa della pace dopo una giornata tesa. Il fragoroso borbottìo sommesso  delle cascate Stanley era sospeso nella pesante aria notturna dell’ultimo tratto navigabile dell’Alto Congo, mentre non più lontano di dieci miglia, nell’accampamento di Reschid proprio sopra le cascate, l’ancora intatto potere degli arabi del Congo si assopiva con inquietudine.

… E dissi a me stesso con stupore, «Questo è il punto della mia spacconata da ragazzo»

Mi prese una grande malinconia. Sì: quello era proprio il punto. Ma non c’era nessuno dei miei amici in spirito che stesse al mio fianco nella notte dell’immensa natura selvaggia, nessuna tormentosa memoria, ma soltanto l’ignobile ricordo di una banale trovata giornalistica e la sgradevole conoscenza della più indegna corsa al malloppo che mai abbia deturpato la storia della coscienza umana e dell’esplorazione geografica. Che fine per la realtà idealizzata di un sogno ad occhi aperti di un ragazzo!

Mi chiesi che cosa ci stessi facendo lì, perchè a dire il vero era soltanto un episodio imprevisto, per quanto difficile da credere adesso, nella mia vita di uomo di mare. Tuttavia resta il fatto che ho fumato una pipa della pace a mezzanotte proprio nel cuore del continente africano, e mi sentivo molto solo.

Ma non fu mai così in mare. Lì non mi sono mai sentito solo, perchè non mi è mai mancata la compagnia – la compagnia dei grandi navigatori, i primi amici adulti della mia prima giovinezza. L’immutabile mare ti preserva il senso del suo passato, la memoria di cose compiute dalla saggezza e dall’audacia tra le sue onde agitate.

Sono state queste cose che hanno suscitato la mia più profonda dedizione e forse è per il favore professionale dei grandi navigatori, sempre presenti alla mia memoria, che non essendo nè esploratore nè navigatore scientifico, mi è stato permesso di navigare proprio attraverso il cuore del mistero del vecchio Pacifico; regione che ancora ai miei tempi rimaneva tracciata sulle carte in maniera molto imperfetta ed ancora lontana dalla conoscenza umana.

Fu nel 1888, quando ero al comando di una nave che a Sidney caricava un carico misto per le Mauritius, che un giorno, all’improvviso, tutto il senso storico profondo delle avventure d’esplorazione nel Pacifico balzò alla superficie del mio essere.

Quasi senza riflettere, mi sedetti e scrissi una lettera ai miei padroni, suggerendo invece della consueta rotta meridionale di portare la nave alle Mauritius attraverso lo stretto di Torres. Avrei dovuto ricevere una severa bacchettata sulle mani, se non altro per aver sprecato il loro tempo nel presentargli una proposta così inaudita.

Devo dire che aspettai la risposta con una certa trepidazione. Essa arrivò a tempo debito, ma invece di cominciare con le parole di rimprovero «Non riusciamo a comprendere ecc… ecc…» essa nel primo paragrafo richiamò semplicemente la mia attenzione sul fatto che «ci sarebbe stato un premio assicurativo aggiuntivo da pagare per quella rotta», e così via. E finiva più o meno così: «Nel complesso, comunque, non abbiamo obiezioni a che Lei porti la nave attraverso lo stretto di Torres se Lei è sicuro che la stagione non sia troppo avanzata per mettere a rischio il successo del suo passaggio con la bonaccia che, come lei sa, a volte prevale nel mar degli Arafura»

Lessi e nel mio cuore provai rimorso. La stagione era piuttosto avanzata. Non ero stato onesto fino in fondo nella mia argomentazione.  Forse perchè mai mi sarei aspettato di avere successo …

Non farò finta di rammaricarmi per la mia mancanza di onestà, per quello che sarebbe stato per me il ricordo della mia vita marinara se non avesse incluso un passaggio attraverso lo stretto di Torres, nella sua piena estensione, dalla foce del grande fiume Fly, proprio lungo il percorso dei primi navigatori.  

Essendo la stagione avanzata insistetti per lasciare Sidney durante un vento molto forte da sud-est. Sia il timoniere che il pilota di porto erano scandalizzati della mia ostinazione e si affrettarono ad abbandonarmi a me stesso mentre ero ancora all’interno delle Sydney Heads.

L’impetuoso vento di sud-est mi prese sulle sue ali e non più tardi del nono giorno ero fuori dell’imbocco dello stretto di Torres, che deve il suo nome all’impavido e riservato spagnolo il quale nel diciassettesimo secolo per primo solcò quelle acque senza sapere dove fosse; senza sospettare di avere la Nuova Guinea da un lato e tutto il compatto continente australiano dall’altro (pensò che stesse passando attraverso un arcipelago), di trovarsi quindi nello stretto della cui esistenza si era dubitato per un secolo e mezzo, sul quale avevano discusso e litigato i geografi, e la cui esistenza era stata negata persino da un navigatore screditato, ma esperto come Abel Tasman (che pensò si trattasse di una vasta baia) e i cui veri contorni furono fissati per la prima volta su una carta da James Cook, il navigatore senza macchia e senza paura, il più grande, quanto ai risultati raggiunti ed al carattere, degli ultimi uomini di mare padri della geografia militante.

Se i morti si aggirano sulla scena delle loro imprese terrene, allora io devo essere stato benevolmente accompagnato da queste tre ombre – l’inflessibile spagnolo, di uno spirito così nobile che nella sua relazione  disdegnò di dire una sola parola sui tremendi pericoli e difficoltà del suo passaggio; il cocciuto olandese che, avendo deciso che lì non c’era nessun passaggio, mancò la verità per sole cinquanta miglia o giù di lì; e il grande inglese, un figlio della terra, un grande comandante e grande navigatore professionale che risolse quella questione, tra molte altre, e non si lasciò alle spalle nessun problema irrisolto del Pacifico. Grandi ombre, tutti amici della mia giovinezza!

Fu non senza una certa emozione che, al comando molto probabilmente del primo e certamente dell’ultimo mercantile che abbia portato un carico su quella rotta, da Sydney alle Mauritius, allo spuntar del giorno lo diressi verso Bligh Entrance e ci caricai tutta la tela che poteva portare.

Tutt’intorno a me acque vuote spazzate dal vento, illuminate dal sole, mezzo velate da una foschia lucente. La prima cosa che attirò la mia attenzione sul gioco delle onde verdi crestate di bianco fu un puntino nero che segnava opportunamente la fine di un basso banco di sabbia. Sembrava il relitto di una qualche piccola imbarcazione. Modificai leggermente la rotta  allo scopo di passarci vicino con la speranza di riuscire a leggere le lettere sulla sua poppa. Erano già sbiadite. Il suo nome era Honolulu. Il nome del porto non riuscii a distinguerlo. La storia della sua vita ora la conosce soltanto Dio, e i venti devono aver accumulato molto tempo fa intorno ai suoi resti una tomba silenziosa proprio con la sabbia su cui era morta. Trentasei ore dopo, nove delle quali trascorse all’ancora, avvicinandomi all’altra estremità dello stretto, avvistai un desolato relitto grigio di una grande nave americana che giaceva abbandonato all’estremo sud della Warrior Reef. Era rimasta lì per anni. Ne avevo sentito parlare. Era una leggenda. Si stagliava come un sinistro e gigantesco memento mori, sollevata dalla rifrazione di quel sereno pomeriggio sopra la linea lontana dell’orizzonte che si disegnava sotto il sole al tramonto.  

E così uscii dallo stretto di Torres prima che il crepuscolo s’insediasse sulle sue acque. Proprio prima che un limpido sole calasse davanti alla mia nave mi diressi verso una piccola isola per una nuova partenza, una briciola insignificante di terra scura, solitaria, come una sentinella avanzata di quella massa di frammenti di terra e di acqua, per osservare gli accessi dalla parte del mar degli Arafura. Ma per me era un luogo sacro, perchè sapevo che la Endeavour vi aveva attraccato nel 1762 per far scendere a terra per una mezz’ora il suo capitano, il cui nome era James Cook. Che cosa eventualmente volesse fare non posso immaginarlo. Forse soltanto stare per un momento solo con i suoi pensieri. I pericoli e i successi dell’esplorazione e della scoperta per quel viaggio erano finiti. Tutto ciò che rimaneva da fare era tornare a casa, e forse la sua anima grande ed equilibrata, temprata nei costanti pericoli di una lunga esplorazione, voleva entrare in comunione con sè stessa alla fine della sua sfida. Può essere che su questa briciola secca della crosta terrestre che stavo fissando con la bussola egli abbia assaporato un momento di perfetta pace. Potrei figurarmi il famoso navigatore, una figura solitaria con un tricorno e un soprabito bordato di trina, che cammina avanti e indietro e si muove lentamente sulla riva rocciosa, mentre sulla scialuppa, lasciando i remi, il timoniere teneva gli occhi ben aperti per cogliere il minimo segnale della mano del capitano.  

Così il mare per me è stato un sacro suolo grazie a quei libri di viaggi e scoperte che lo hanno popolato per me di ombre indimenticabili, maestri in quella vocazione che più modestamente doveva essere anche la mia, – uomini grandi nei loro sforzi e nei successi duramente conquistati della geografia militante: uomini che avanzarono, ciascuno secondo il proprio giudizio, con motivazioni d’ogni sorta, lodevoli o riprovevoli, ma ciascuno portando nel suo petto una scintilla del fuoco sacro.

Joseph Conrad: Libri pubblicati da www.ottoventi.eu

1899 Cuore di tenebra

1902 Il limite estremo