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JULIUS KUGY – NELLE ALPI E PREALPI GIULIE

di Julius Kugy

Con Julius Kugy, la letteratura di montagna raggiunge una delle sue prime e più alte forme di ricerca interiore. Per il grande umanista, musicista e alpinista triestino, le Alpi Giulie non rappresentarono mai una sfida verticale da vincere, né un elenco di cime da spuntare, ma una patria elettiva dell’anima.

Le Giulie di Kugy sono montagne uniche, fatte di un calcare pallido, quasi spettrale, capaci di accendersi di sfumature irreali al tramonto. Ma sono, soprattutto, montagne orizzontali nella loro complessità umana, pur essendo verticali nelle loro pareti. In queste pagine rivive quel microcosmo transfrontaliero che la Grande Guerra avrebbe tragicamente spezzato di lì a poco: una terra dove il mondo latino, quello slavo e quello germanico si incontravano.

Nelle pagine di Kugy, la verticalità delle Alpi Giulie non è popolata solo da uomini e spettri di pietra, ma dai veri, legittimi signori di queste vette: i camosci. Per l’autore, questi animali non rappresentano una semplice componente faunistica, ma l’incarnazione stessa della libertà e di un’eleganza tutta montana. È seguendo le loro tracce invisibili, lungo cenge sospese sul vuoto e canali apparentemente impraticabili, che l’alpinista impara a decifrare la roccia.

A questa aristocrazia della natura si lega indissolubilmente la figura del cacciatore di camosci, un archetipo umano che Kugy descrive con profondo rispetto romantico. Lungi dall’essere un mero predatore, il cacciatore delle Giulie è per Kugy un filosofo del silenzio, un uomo che possiede una conoscenza intima, quasi mistica, del territorio. Le sue guide più fidate provenivano da quella stirpe di uomini che avevano inseguito il selvatico fin nei recessi più oscuri del Triglav o del Montasio. Nello sguardo del cacciatore e nel balzo del camoscio, Kugy ritrova lo stesso istinto primordiale che muove il vero alpinista: non il desiderio di distruzione o di possesso, ma la necessità vitale di misurarsi con l’ignoto, accettando le leggi severe della montagna.

In un’epoca contemporanea che consuma la montagna attraverso la velocità, il cronometro e la gratificazione istantanea dei social media, la voce di Kugy giunge a noi come un richiamo necessario. Questa edizione limitata vuole essere un invito a rallentare. Tra le pareti del Montasio, del Mangart e del sacro Triglav, Kugy ci insegna che l’alta quota è uno specchio: non ci dice quanto siamo grandi noi che saliamo, ma ci ricorda la nostra spaventosa e magnifica piccolezza di fronte all’assoluto.

Vi è, infine, un delicato ed emozionante dettaglio: il capitolo conclusivo sulle Prealpi, che chiude la Vita di un alpinista e questo stesso volume. È il congedo di un uomo ormai anziano dalle grandi montagne della sua giovinezza. Non un addio, però. Kugy non chiede alle montagne di ricordarlo: chiede loro soltanto di continuare ad accompagnarlo.

“Voi ricompensate il mio amore e la mia fedeltà verso di voi.
Sì, ne sono certo: rimarrete accanto a me quando le ombre della sera scenderanno lentamente, lo so.
E siate ancora mie compagne nel cammino.”

Immagine: Julius Kugy anziano

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