Esplorazioni

L’Odissea del Tegetthoff.

Viaggio di scoperte tra gli 80° e 83° di Latitudine Nord dei luogotenenti Payer e Weyprecht.

di Julius Payer

Era il 1874, la spedizione scientifica della marina asburgica diretta verso il Polo Nord porta quegli uomini, con i loro ufficiali, alla massima latitudine Nord mai raggiunta, gli 82′ 51″ gradi del desolato arcipelago da loro battezzato Terra di Francesco Giuseppe, punto più settentrionale d’ Europa. 

È un racconto epico in cui giganteggia una nave, la Tegetthoff, e un equipaggio degno di Conrad: ventiquattro uomini in una nave intrappolata per quasi due anni nella banchisa polare.

Julius Payer, ufficiale dei Kaiserjaeger, comandante delle operazioni di terra e straordinario illustratore dell’avventura, ricorda che a bordo la confusione delle lingue rasentava il comico. «Tra loro i marinai parlano per lo più in slavo, ma in servizio usano l’italiano. In cabina si parla tedesco, e norvegese col ramponiere Carlsen… il quale conversa in inglese con l’ufficiale di coperta Lusina… Il dottor Kepes dialoga con gli uomini usando il suo latino professionale o l’ungherese, ma con Lusina parla in francese. Infine abbiamo a bordo una strana lingua, quella dei due tirolesi, che all’inizio riuscivo a comprendere io solo».

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Nove lingue a bordo: quella della “Tegetthoff” non fu una spedizione austriaca ma europea.

Erano gli anni della febbre geografica e i mappamondi contenevano grandi spazi bianchi inesplorati. Il Polo Nord era il più grande di tutti e Weyprecht, tenente di vascello poco più che trentenne, pieno di ardore scientifico, contagiò del suo entusiasmo sponsor e istituzioni, raccogliendo quanto bastava.

Fece costruire un piroscafo adatto ai ghiacci, lo foderò di ferro, caricò a bordo ventitré uomini scelti, e il 13 giugno del 1872 fece rotta sul Polo col compito di cercare anche il passaggio a Nordest per il Pacifico. Incappò in un’ estate freddissima e fu subito intrappolato dalla banchisa senza avere alcun aiuto dalla corrente del Golfo che in condizioni normali avrebbe dovuto aprirgli la strada dagli iceberg per un migliaio di chilometri almeno.

Quando il 28 ottobre il sole sparì e rimase sotto l’orizzonte, la pressione del gelo sulla chiglia era già così spaventosa che la nave si sollevò fra cigolii e tonfi terrificanti. Il buio era tale che per vincere la depressione dei suoi uomini il comandante inventò lavori di ogni tipo e lui stesso tenne lezioni all’equipaggio, come su una nave scuola.

A mezzanotte di capodanno tutti uscirono con fiaccole attorno alla nave e bevvero pezzi di champagne gelato, mentre qualche orso bianco tentava di arrampicarsi in coperta.

L’estate dopo fu avvistata la nuova terra, ma i ghiacci si strinsero di nuovo e arrivò la notte del secondo inverno. Bisognò aspettare altri sei mesi per esplorare la Franz Josef Land, in tempo per iniziare la traversata a piedi verso la salvezza, la Novaja Zemlja.

Una fatica di Sisifo, con i ghiacci che andavano alla deriva nella direzione opposta. (testo tratto in parte da un articolo di Paolo Rumiz)

Riportiamo i nomi di tutto l’equipaggio:

L’equipaggio del naviglio si componeva di ventiquattro uomini:

– il luogotenente di vascello Carlo Weyprecht, da Michelstadt (Oendevald);

– il luogotenente Giulio Payer, da Tæplitz, in Boemia, capo della spedizione;

– il luogotenente di vascello Gustavo Brosch, da Komotau (Boemia) e il portabandiere di vascello Edoardo Orel, da Neutitschein (Moravia), ufficiali incaricati, l’uno del servizio interno, l’altro del pilotaggio;

– il medico militare Giulio Kepes da Vari (Ungheria), preposto al servizio sanitario della spedizione;

– il meccanico Otto Krisch da Kremsier (Moravia);

– il contromastro Pietro Lusina, da Fiume;

– il falegname Antonio Vecerina, da Draga (presso Fiume);

– i marinai Antonio Zaninovich, da Lesina; Antonio Catarinich, da Lussin; Antonio Scarpa, da Trieste; Antonio Lukinovich, da Brazza; Giuseppe Latkovich, da Fianona (presso Albona); Pietro Fallesich, da Fiume; Giorgio Stiglich, da Buccari; Vincenzo Palmich, da Volosca (presso Fiume); Lorenzo Marola, da Fiume; Francesco Lettis e Giacomo Sussich, da Volosca;

– il cuoco Giovanni Orasch, da Gratz;

– il fuochista Giuseppe Pospischill, da Prerau (Moravia);

– Giovanni Haller ed Alessandro Klotz, dalla valle del Passey (Tirolo), tutti e due grandi arrampicatori di montagna e cacciatori;

– il capitano Olaf Carlsen, mastro fiociniere dei mari artici, il quale si unì a noi a Tromsø;

– vi erano inoltre otto cani, due di Lapponia, e gli altri di Vienna.

Il testo, pubblicato dall’editore Fratelli Treves nel 1879, è una traduzione in parte riscritta, da un anonimo partendo dal giornale di viaggio di Julius Payer pubblicato nel 1876:

“Die österreichisch-ungarische Nordpol-Expedition in den Jahren 1872-1874, nebst einer Skizze der zweiten deutschen Norpol-Expedition 1869-1870 und der Polar-Expedition von 1871
Payer, Julius”

Immagine: L’odissea del Tegetthoff “Die Gartenlaube” 1875 – Julius Payer

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