Narrativa

Sotileza

D. José María de Pereda

“Sotileza” è la parte più sottile e resistente della lenza, ma è anche il soprannome di Casilda, la protagonista orfana che vive nel fango della Calle Alta. Attorno a lei si muove un’umanità ruvida: dai vecchi marinai Mechelín e Sidora, al tragico Muergo, fino al nobile Cleto. Casilda è il fulcro immobile di un vortice di passioni: un personaggio che, pur parlando poco, impone una pulizia morale assoluta in un mondo che trasuda miseria.

Presentare José María de Pereda al lettore italiano significa colmare una lacuna che dura, nel silenzio editoriale, da quasi settant’anni. Nonostante sia stato uno dei giganti del realismo europeo — ammirato da Pérez Galdós e paragonato per vigore descrittivo ai grandi maestri del secondo Ottocento — Pereda è rimasto a lungo confinato entro i confini della penisola iberica.

Eppure, le sue pagine vibrano di una modernità inaspettata: la lotta dell’uomo contro la natura, il peso delle convenzioni sociali e la ricerca di una dignità che non conosce barriere di classe. Questa prima traduzione italiana restituisce finalmente al nostro pubblico un’opera che profuma di catrame, salsedine ed eternità.

Per il lettore italiano, il paragone più immediato è quello con I Malavoglia di Giovanni Verga. Entrambi i romanzi nascono negli anni Ottanta dell’Ottocento, entrambi mettono al centro una comunità di pescatori e il loro linguaggio gergale. Ma dove Verga osserva una “fiumana del progresso” che travolge i vinti, Pereda, con il suo sguardo di conservatore illuminato e profondamente cristiano, cerca una forma di redenzione. La sua Santander è una città divisa: in basso i vicoli bui della “bodega“, in alto i balconi della borghesia. Il mare è l’unico spazio in cui queste due realtà si scontrano, si sfidano e, infine, si riconoscono.

Uno dei momenti più alti della letteratura marinaresca di ogni tempo è la descrizione della galerna (il violento fortunale cantabrico) che chiude il romanzo. Qui Pereda abbandona il realismo minuzioso per farsi epico. Il mare non è un fondale scenografico, ma un giudice supremo. È tra le onde spaventose che Andrés, il giovane borghese, deve decidere se diventare uomo o restare un dilettante della vita, e dove Cleto dimostra che la vera nobiltà risiede nel sacrificio e nel coraggio, non nel lignaggio.


José María de Pereda

José María de Pereda y Sánchez de Porrúa (1833-1906) nacque a Polanco, vicino a Santander, in Cantabria. Di famiglia profondamente cattolica e conservatrice, fu destinato inizialmente alla carriera militare a Madrid, ma la sua vera vocazione era la vita della sua provincia. Tornato nella terra natale, si dedicò a osservare e descrivere con precisione quasi pittorica i tipi umani, i paesaggi e le tradizioni della “Montaña” cantabrica.

Esponente di spicco del costumbrismo e del realismo spagnolo, divenne membro della Real Academia Española nel 1897. Tra le sue opere più celebri, oltre a Sotileza (1885), si ricordano Peñas arriba e El sabor de la tierruca. La sua scrittura è caratterizzata da una profonda onestà intellettuale: pur rifiutando il naturalismo ateo alla Zola, non esitò mai a descrivere con cruda verità la miseria e le durezze della vita popolare, convinto che solo nelle radici della propria terra si potesse trovare l’essenza dell’uomo.

Immagine: Virginie Demont-Breton, Étude de femme pour Les Oiseaux de mer, c. 1907, oil on canvas, 50 x 38 cm, Boulogne-sur-Mer, musée municipal.

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