Viaggi

A PIEDI CON UN ASINO NELLE CEVENNES

Robert Louis Stevenson

«Da parte mia, non viaggio per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per il gusto di viaggiare. La grande faccenda è muoversi; sentire più da vicino i bisogni e gli intoppi della nostra vita; scendere da questo letto di piume della civiltà e trovare il granito del globo sotto i piedi, cosparso di selci taglienti.»

Chi ha già avuto modo di sfogliare le pagine di Un viaggio nell’entroterra (An Inland Voyage, 1878) ritroverà in questo A piedi con un asino nelle Cevennes (Travels with a Donkey in the Cévennes, 1879) la medesima urgenza giovanile: quella di evadere dalle rigide convenzioni della società vittoriana per ritrovare un contatto nudo e sincero con la realtà.

Se nell’Entroterra la canoa era il mezzo leggero per scivolare sopra i confini e le latitudini, nelle Cévennes lo scrittore scozzese sceglie deliberatamente la lentezza esasperante del passo del viandante. Un passo che lo costringe a guardare in basso, a calpestare la «polvere silenziosa» delle strade maestre, a fare i conti con i morsi del freddo e le notti passate all’addiaccio.

Con una lucidità che stupisce per la sua modernità, Stevenson attraversa villaggi divisi tra cattolici e protestanti, raccoglie le testimonianze di una fede che si fa dogma e asprezza, e oppone a queste «infinitesimali e umane operazioni» una sua personale, dolcissima religione della tolleranza. Per lui, la vera spiritualità non risiede nelle parole che si sostituiscono ad altre parole nei cambi di credo, ma nella meraviglia davanti a un cielo stellato o nell’ascolto di una ballata intonata da una donna invisibile tra i castagni.

L’eterno ragazzo, pur avendo comprato la propria libertà, si volta indietro a guardare la strada percorsa, consapevole che ogni viaggio intrapreso altro non è che un modo per imparare a conoscersi.

Immagine: Donkei di Frederick Hall (1860–1948)

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